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La Biosfera di Sian Ka’an PDF Stampa E-mail
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Domenica 06 Settembre 2009 15:06
Indice
La Biosfera di Sian Ka’an
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Il giorno successivo Fred ed io andiamo a Sian Ka’an, la biosfera, e saremo la squadra d'esplorazione che cercherà una connessione da qui verso nord. Il posto è assolutamente unico, una distesa di jungla, mangrovie e una laguna assolutamente incontaminate in cui è assolutamente vietato qualunque tipo di attività che non sia il kayak e anche per fare questo l’accesso è ristretto a pochissime persone al giorno.
Fortunatamente noi abbiamo un permesso che è stato procurato da Sam Meacham così possiamo verificare alcuni punti GPS che in precedenza sono stati marcati come probabili cenotes all’interno della laguna d’acqua salata. Ci si sposta in barca nei bassi fondali e molto lentamente per non incagliarsi nel fondale sabbioso, ogni isola è rifugio di decine di specie d’uccelli e anche solo la gita in barca sarebbe stata un’esperienza da ricordare.
Ad un certo punto Sam salta sul kayak armato di pedule, zaino, occhiali oakley, acqua, GPS, macete e pocket PC con tanto di foto aeree e satellitari; lui va a fare esplorazione nella jungla. Interessantissime le affinità tra esplorazione subacquea ed esplorazione a terra, Sam usa l’acqua con la regola del terzo….un terzo per l’andata e uno per il ritorno, il resto è riserva. Realizzo che nel 2006 ci sono ancora territori inesplorati e che basta saper dove cercare per trovarsi davanti a delle sfide che la maggior parte delle persone non incontrerà mai.
Sam si stacca dalla lancia che ci porta verso le grotte e se ne va col piccolo kayak, restiamo in contatto con le radio trasmittenti; ci comunica punto di sbarco e i waypoint sul suo percorso; scatta foto delle orme dei giaguari che abitano la zona e ci racconta dello spavento quando incontra serpenti velenosi o dell’incredulità quando trova cenotes enormi e sconosciuti… oggi però per me è la prima volta che faccio esplorazione vera e la mia attenzione è ovviamente rivolta altrove.
Passiamo davanti ad alcune rovine Maya con la barca e il tutto mi sembra quasi irreale. Arriviamo sul punto e devo dire che la mia esperienza di immersione dalla barca mi ripaga, una volta in acqua si fanno i controlli e scendiamo a verificare com’è il cenote che si trova sul fondo. Trattandosi di una laguna e oltretutto di una riserva marina, ci sono molti organismi e altrettanto sedimento organico, la visibilità di conseguenza non è delle migliori. Troviamo l’ingresso, anzi per l’esattezza gli ingressi, uno contro corrente e uno con la corrente che spinge verso l’interno. Cominciamo dal primo, abbastanza stretto e poco invitante: l’elemento predominante è la scarsa visibilità, mi sembra di essere nelle grotte dalle parti di casa mia. Entrati per una quarantina di metri la grotta si apre e assume proporzioni importanti, cominciamo ad essere ottimisti e sento Fred che esulta. Tiriamo la sagola e cerchiamo di identificare i passaggi più promettenti anche se la maggior parte dei rami si chiudono in zone di crollo con molto sedimento. Al rientro si fa il rilievo e ogni volta che ci si ferma su una stazione (cioè il punto in cui la sagola è fissata alla roccia e cambia direzione) le bolle fanno cadere dal soffitto una quantità di depositi organici grandi quanto palle di neve. Incredulo assisto ad una nevicata di color arancio dentro a una grotta.
La visibilità va subito a zero e l’uscita è in contatto con la sagola guida. Una volta riemersi Fred da il nome alla sagola... vista la quantità enorme di gamberetti che si trova nel tratto iniziale della cavità, decide per "Shrimp Cocktail" line... Anche questo non è casuale, come regola generale si cerca di dare alle sagole dei nomi che permettano di identificarle, cioè dei nomi che descrivano le caratteristiche dei passaggi piuttosto che utilizzare nomi completamente slegati dal contesto.
Si cambia stage e si riparte per il downstream; se all’inizio l’upstream era stretto qui la prima cosa che mi passa per la testa è "qua ci vuole il sidemount"... Fred incurante si fionda nel sedimento spostandolo col corpo per poter entrare sfiorando il soffitto liscio con il bibombola… ovviamente lo seguo e dell’immersione c’è poco da dire se non che è stata ottima per far pratica di visibilità zero, contatto a tatto e lavoro di squadra facendo il rilievo. Abbiamo identificato due passaggi che andavano più in profondità ma una volta verificati non hanno dato risultati... di nuovo crolli e montagne di sedimento organico.

Il giorno successivo torniamo armati di stage fresche per cercare di arrivare ad un livello più profondo nello stesso cenote; si riesce a vedere il livello sottostante ma l’accesso è bloccato dai crolli… in alcuni punti della grotta le bolle fanno cadere il sedimento dal soffitto e anche alcune delle stalattiti più sottili deteriorando la visibilità praticamente subito tanto che è difficile capire quale sia la strada da seguire; mentre tiro la sagola pago lo scotto della scarsa esperienza in fatto di esplorazione e, se posso arrivare dal punto A al punto B con una linea retta... io invece passo per tutto l’alfabeto; anche la mia tecnica nello stendere la sagola non è proprio elegante ed efficiente paragonata a quella di Fred ma nell’insieme sono soddisfatto. Proviamo a spingerci in qualche passaggio più stretto caratterizzato da molte decorazioni e da un acceso colore arancio ma alla fine chiudiamo un circuito riconnettendoci alla nostra sagola; il rilievo alla fine ci conferma che non ci sono altre prosecuzioni.
Trovato l’ingresso della cavità scendiamo subito fino a 15 metri circa lungo un pendio ma la corrente è così forte che ci costringe ad usare il pull and glide per entrare... solo che non c’era il glide, era solo pull... attaccati alle rocce sventolando come bandiere. Facciamo una cinquantina di metri e diverse curve ad angolo retto, il tunnel ha un diametro di circa 6 metri... Fred chiama l’immersione perchè ha tagliato la stagna sulle rocce taglienti e comunque con quella corrente servono gli scooter. La corrente è simile a quella che si può trovare ad Oliero nel tratto del laminatoio nei periodi di piena o a Ginnie Springs nel tratto denominato "The Lips", il che significa che non è sicuramente un sistema chiuso da crolli e sedimento ma piuttosto lo sbocco di un sistema di dimensioni notevoli. Bingo! 
Tornando verso il pontile da cui siamo partiti decidiamo di fare ancora un tuffo in un altro cenote, davanti alle rovine Maya. In superficie ci saluta un lamantino che mette il naso fuori dall’acqua per respirare e dopo qualche minuto siamo in acqua. Anche qui stesse condizioni, acqua molto calda e visibilità ridotta; scendiamo molto vicini per non perderci durante la discesa ma arrivati a 3 metri... wow, visibilità perfetta, branchi di pesce che ci circondano per niente spaventati ma che anzi vengono verso di noi, un cenote di almeno 20 metri di diametro col fondo a circa 6 metri e una corrente fortissima che ci fa subito capire che si tratta di qualcosa di grosso.
Torniamo a riva e mi godo l’ultima notte a Sian Ka’an, pace e tranquillità... non c’è niente se non una costruzione semplicissima e una torre in legno alquanto precaria, un enorme albero morto le cui radici sorreggono il peso dell’intera costruzione, almeno per ora... niente acqua calda ed elettricità disponibile solo col gruppo elettrogeno, un paradiso terrestre ancora intatto. Tutto intorno... mangrovie mare e un tramonto da favola.
 
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