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L'antro di Bagnoli: la grotta di casa PDF Stampa E-mail
Giovedì 30 Aprile 2009 08:57
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L'antro di Bagnoli: la grotta di casa
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E' da quando ho cominciato con le mie prime immersioni in grotta nel '95, che sento parlare dell'Antro di Bagnoli.Si tratta della "grotta di casa", la sola in provincia di Trieste dove ci si possa ancora immergere dal momento che, le più rinomate Bocche del Timavo non sono visitabili per una bonifica da ordigni bellici che si protrae ormai da anni.
L'Antro di Bagnoli, che in epoca romana era una delle sorgenti di alimentazione dell'acquedotto romano al servizio della città di Tergeste, è uno dei "problemi speleologici" storici dell'area triestina.Le prime immersioni, finalizzate ad una sua esplorazione, risalgono ai primi anni '50 mentre il primo rilievo della cavità al 1890.

L'immersione
Dell’Antro ho sentito parlare le prime volte da speleosub della vecchia guardia, di quelli con esperienza decennale, che lo descrivevano come un posto terrificante... di conseguenza per un bel po’ di tempo non ho neanche preso in considerazione l’idea di metterci la testa. Il problema principale di questa grotta sembrava la strettoia iniziale, decisamente insidiosa e che ha creato più di qualche fastidio ai pochi subacquei che ci si sono infilati.
Dopo qualche anno di pratica, due corsi cave e un bel po' di affiatamento con la squadra, abbiamo deciso che era arrivato il momento di verificare di persona. Ricordo ancora perfettamente la prima volta che ci siamo infilati lì dentro, il Biondo ed io… testa sott'acqua, mezzo metro percorso in 40 cm di visibilità, spalle incastrate tra le pareti di un meandro ed una domanda spontanea: “Da dov’è che si passa?"...qualche tentativo infruttuoso, retromarcia e una pausa di riflessione. Abbiamo così chiesto informazioni ad un amico che ci era già stato ed abbiamo deciso per un altro tentativo. Stessa identica situazione, ma qualche info in più. Si tratta di superare un meandro, di sezione irregolare, che sostanzialmente permette il passaggio del subacqueo solo infilando le spalle, o le bombole, dentro alcune scanalature nella roccia e, solo rimanendo a determinate profondità, passando così da una nicchia all'altra. Il secondo tentativo è risultato più soddisfacente e, superato il meandro, ci siamo immersi una coppia alla volta in modo da non intasare la strettoia.
Per prendere confidenza con la grotta, e soprattutto valutare se era il caso o meno di affrontare immersioni più lunghe in tali ambienti, abbiamo speso ore superando ripetutamente la strettoia, filmando e prendendo riferimenti visivi, provando safety drill in fila indiana e simulando uscite in condivisione di gas nel tratto più stretto della cavità. Il tempo impiegato in questa fase è stato importantissimo per creare quel minimo di esperienza necessaria a far si che l’uscita dalla grotta non rappresentasse più un problema; immersioni più lunghe con l’incognita della strettoia all’uscita sarebbero state semplicemente inaccettabili.


 
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